Si dice che non esista più il tanto temuto “muro” della maratona, quella condizione in cui le gambe sembrano paralizzate e le energie si esauriscono improvvisamente. È come sbattere contro un vero e proprio muro che, tradizionalmente, si “incontra” nell’ultimo terzo della gara, generalmente tra il 30° e il 40° chilometro.
Questa particolare situazione è la conseguenza di un eccessivo affaticamento muscolare, che si manifesta con pesantezza alle gambe e dolori articolari, oltre che di un precoce esaurimento delle riserve di glicogeno dovuto a un ritmo di gara eccessivamente elevato nella prima parte della maratona.
Analizzando i dati più recenti relativi ai ritmi di corsa dei top runner nei vari punti di rilevamento, si osserva che non solo non si verifica il calo di velocità che ci si potrebbe aspettare quando l’organismo si avvicina all’esaurimento, ma si registra addirittura un aumento dell’andatura proprio nell’ultimo terzo della gara. È sempre più frequente, infatti, il cosiddetto negative split, ovvero la situazione in cui la seconda metà della maratona viene percorsa più velocemente della prima.
Questi atleti di vertice sono diventati più efficienti rispetto a qualche anno fa. E non mi riferisco soltanto ai pochissimi corridori capaci di completare la maratona in meno di due ore, ma anche a tutti quelli che si stanno progressivamente avvicinando a questo limite, e non sono affatto pochi.
Come si spiega questo fenomeno? La risposta è relativamente semplice: i muscoli, e l’organismo nel suo complesso, si affaticano meno; inoltre il dispendio energetico è inferiore e, allo stesso tempo, è possibile assumere durante la gara quantità di carboidrati molto superiori rispetto al passato.
La minore fatica e il ridotto consumo energetico, nonostante velocità di corsa più elevate, sono dovuti in larga parte all’impiego di materiali altamente innovativi nelle scarpe da gara, ma anche in quelle da allenamento. Le aziende oggi realizzano suole e, soprattutto, intersuole con materiali estremamente performanti, caratterizzati da peso contenuto ed elevata elasticità. Questi materiali assorbono in larga misura le forze d’impatto generate dall’appoggio del piede al suolo e restituiscono parte dell’energia accumulata durante la fase di compressione. I vantaggi in termini di efficienza meccanica non sono quindi determinati esclusivamente dalla presenza della piastra in carbonio. continua a leggere




