Nel linguaggio del nostro mondo podistico dell’endurance parliamo sempre di resistenza, vale a dire la capacità di sostenere uno sforzo prolungato, di correre a lungo, di non fermarsi. Ma c’è un concetto altrettanto importante, spesso trascurato, che determina la qualità delle prestazioni di ogni podista, di ogni livello. La resistenza ci dice quanto a lungo possiamo andare avanti. La durabilità ci dice quanto bene riusciamo a farlo mentre la fatica cresce.
Faccio un esempio: due podisti si allenano insieme e percorrono 20 chilometri senza fermarsi, ma uno dei due dopo il 10° chilometro inizia a perdere brillantezza: la falcata si accorcia, la postura cede, il ritmo cala anche se la FC non è variata molto. L’altro invece mantiene un gesto fluido, un falcata stabile e costante, una buona economia di corsa. Ecco la differenza: il primo ha resistenza, il secondo ha anche durabilità.
La durabilità è ciò che permette di non “pagare dazio” negli ultimi chilometri di una gara. È ciò che consente di correre una maratona senza trasformare gli ultimi 5–10 km in una lotta disperata. È ciò che consente di chiudere forte una mezza, invece di “sopravvivere”. Inoltre è ciò che permette di allenarsi con continuità, senza accumulare microtraumi o sovraccarichi che nel tempo diventano infortuni. Perché la durabilità non è solo una questione di fiato ed un mix di fattori (meccanici, metabolici, neuromuscolari e anche mentali). Significa mantenere una buona tecnica quando si è stanchi, continuare a utilizzare in modo efficiente le proprie risorse energetiche, preservare la forza delle gambe e la reattività dei tendini, restare concentrato quando la testa vorrebbe mollare… continua a leggere




